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GLI OBELISCHI EGIZI DI ROMA di Gianni D'ANDREA
I.
Con
tredici obelischi egizi, eretti in genere nelle sue piazze più
belle, Roma è la città che più ne possiede al mondo. Cominciamo col chiarire che il termine obeliscus, usato dai Romani, è la trascrizione del greco obeliskos, a sua volta diminutivo di obelos (spiedo), mentre nell’antico egizio questo tipo di monumento era indicato con tekhenu, vocabolo la cui etimologia non è stata ancora chiarita dagli studiosi. Per gli Arabi il termine era messalah, anch’esso allusivo alla forma, poiché questo è il nome dato ad un grosso ago. E in effetti l’obelisco è un monolito a sviluppo decisamente verticale, a quattro facce, rastremato verso l’alto e terminante a punta con una cuspide a forma di piramide, detta appunto pyramidion. Riguardo alla funzione dell’obelisco, è concordemente affermato, tanto dagli scrittori antichi (soprattutto Plinio il Vecchio) che dagli studiosi moderni, che esso è un monumento caratteristico del culto del dio Sole, ed infatti non è una pura coincidenza che i primi obelischi siano stati eretti ad Eliopoli, la città del Sole, ad opera dei faraoni della V dinastia (2494-2345 a.C.), e collocati a coppie ai lati dell’entrata dei templi, e che durante la XVIII dinastia (1570-1320 a.C.), periodo di altissima civiltà e ricchezza dell’Egitto, le cuspidi degli obelischi venissero ricoperte d’oro o di metallo dorato, a riflettere i raggi del sole. Per quanto riguarda la tecnica di costruzione, il trasporto al luogo di destinazione, scelto in genere dal faraone, ma talvolta da un alto dignitario, e l’erezione, se si tiene conto soltanto della tecnologia di quei secoli sembrerebbe trovarsi dinnanzi a dei prodigi. In realtà, come sinteticamente vedremo, la realizzazione delle varie fasi è dovuta soprattutto alla grandissima abbondanza di mano d’opera disponibile. Con ciò, tuttavia, non si vuole affatto minimizzare la complessità e la difficoltà di realizzazione dell’obelisco, dallo scavo della pietra all’erezione. L’obelisco
incompiuto di Aswan, tuttora visibile, - che se fosse giunto a compimento
sarebbe stato, con i suoi 42 metri circa di lunghezza e i 4 metri di lato
alla base, il più grande del mondo - ci permette di fare alcune
considerazioni per quanto riguarda il distacco dei monoliti dalle
loro cave di pietra (prevalentemente granito rosso o nero, quarzite,
basalto). Sembra di poter affermare che, una volta identificata, con scavi
di sondaggio, una zona di roccia compatta e senza fratture, idonea per
l’estrazione del monolito, si procedeva all’eliminazione della parte superficiale
con un sistema di caldo-freddo (applicazione di mattoni roventi, seguita
da raffreddamento con acqua) che provocava la frattura superficiale della
roccia, il cui materiale di risulta veniva asportato fino a raggiungere
la vena di roccia compatta. Si procedeva poi, con la stessa tecnica a
scavare le trincee laterali e infine il grosso blocco veniva staccato
al di sotto dalla vena principale. Sempre
mediante percussione, ma in questo caso laterale, si procedeva a staccare
la faccia inferiore del monolito, creando dei cunicoli sotterranei che
venivano riempiti provvisoriamente con travi di legno disposte in senso
ortogonale rispetto alla lunghezza del blocco. * * * A Roma possiamo dire che nel XVIII secolo quasi tutti gli obelischi più grandi fossero già stati fatti erigere dai Papi, per cui soprattutto nelle incisioni calcografiche in volumi o sciolte, che era il mezzo più diffuso di circolazione delle mirabilia Urbis, ma anche nei dipinti con vedute di Roma, sia realistiche sia di capriccio, è facile trovare rappresentati gli obelischi. E a questo non poteva certo mancare Gian Paolo Pannini (Piacenza 1691 - Roma 1765) - o Panini, come si firmava - che del capriccio di rovine romane fu il massimo esponente. (E’ opportuno ricordare che la moda del “capriccio”, che tanto successo di collezionisti italiani e stranieri incontrò nel Settecento, consisteva nel dipingere in un’unica veduta monumenti antichi rappresentandoli vicini gli uni agli altri, anche se nella realtà erano addirittura di città diverse. Nel caso di Roma, ovviamente, c’era soltanto da scegliere.) Di Pannini abbiamo anche una curiosa caricatura, eseguita da Pierleone Ghezzi nel 1745, in cui il pittore viene rappresentato sullo sfondo di un obelisco costruito per una “macchina artificiale”, dal medesimo progettata nello stesso anno per piazza Farnese, in onore delle nozze del Delfino di Francia con l’Infanta di Spagna Maria Teresa.
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Geroglifici
Ingegneri al lavoro
Erezione di un obelisco
Ubicazione a Roma degli obelischi
Obelisco in un "capriccio" |
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