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La Castagna: regina
dell'autunno!
di
Eleonora Ferretti , foto
di Riccardo Zavatta
È
camminando avvolti negli insistenti venti autunnali che annunciano l’arrivo
delle prime abbondanti nevicate, che il nostro naso viene solleticato
da quell’odore inconfondibile. Ed ecco voltarci alla ricerca di quella
sempre più rara immagine dove un braciere di ferro, dal cuore rosso,
mostra su di se un tappeto di panciute castagne abbrustolite.
Il segreto di tanto apprezzamento starà forse nel fatto che presa
tra le dita, sprigiona tanto di quel calore da ristorare corpo e mente.
Si diciamolo, è la vera regina dell’autunno; così estremamente
nutriente, dall’alto valore calorico, ricca di zuccheri, proteine, grassi,
vitamine e sali minerali, che è stata una grande protagonista nelle
abitudini alimentari italiane.
Considerata erroneamente un frutto, la castagna è in realtà
il seme del Castagno, una pianta arborea dal nome scientifico
di Castanea sativa. Un albero antichissimo della
famiglia delle latifoglie che nasce spontanea nell’ Europa meridionale
fin dai tempi della preistoria. Lento nello sviluppo, è un albero
longevo che può superare i 1000 anni di vita. Il suo massimo splendore
lo ha intorno ai suoi cinquant’anni, raggiungendo un’altezza di circa
30 metri; i primi frutti li dà attorno ai 20 anni. Sono frutti
spinosi che contengono da uno a tre semi (castagne) dalla forma tonda
da un lato e piatta dall’altro, una buccia resistente dal color marrone
lucente protegge la polpa chiara ricoperta da un’ulteriore pellicola bruna-rossiccia.
Gli studiosi sostengono che nelle popolazioni rurali montane italiane,
fino a metà del XX secolo, il castagno stava al coltivatore come
il maiale stava al contadino: poiché non si buttava nulla.
I castagneti erano fonte di ricchezza per le famiglie, tanto da essere
portati in dote e lasciati in eredità. Possederne significava occuparsene:
bisognava tener pulito il sottobosco, concimando le piante adulte e trapiantando
quelle giovani. Prima della fine dell’estate il laborioso coltivatore
scavava solchi per impedire ai frutti, che da li a poco sarebbero caduti,
di rotolare nei possedimenti confinanti. Ed ecco che con la caduta dei
primi ricci si iniziava la raccolta. La giornata lavorativa, che impegnava
l’intera famiglia, iniziava prima dell’alba e finiva dopo il tramonto,
i ricci raccolti venivano racchiusi in sacchi e trasportati ai seccatoi,
casette in pietra, costruite su due piani e prive di finestre, ancora
oggi visibili in alcune località montane. Al pian terreno un fuoco
di legna di castagno ardeva giorno e notte per almeno una settimana, emanando
calore costante cosi da permettere la giusta tostatura dei ricci posti
al piano superiore. Qui i frutti stipati, venivano girati fino a quando
non cominciavano a “suonare come campanelle” all’ora si provvedeva alla
pestatura, tecnica usata per estrarre le castagne dal guscio. Ora la parte
destinata a diventare farina, veniva portata al mulino, l’altra veniva
conservata intera per l’inverno, mentre quelle marce, da scarto, venivano
date come pasto a maiali e galline.
Il castagneto dava anche foglie per i giacigli degli animali, e legname
ottimo per l’edilizia, per la falegnameria e l’artigianato. Con i getti
nuovi si costruivano cesti, con le tavole mobili per la casa. Dalla corteccia
si imparò ad estrarre il tannino, sostanza usata per la concia
di pelli.
Ma questo accadeva fino ad una cinquantina d’anni fa: ora che i prodotti
passano per la grande industria e le leggi sono dettate dal mercato economico,
le aziende acquistano, lavorano, e rivendono i prodotti provenienti dalla
castanicoltura. In particolar modo le castagne subiscono un lungo processo
di selezione che le porterà sui banconi dei negozianti non solo
sottoforma di prodotto fresco; ma andiamo per ordine. Le castagne idonee
alla vendita diretta vengono selezionate per calibro, e subiranno un processo
di lavorazione che permetterà loro di essere conservate a lungo
fresche. Le altre saranno destinate all’essiccazione dove verrà
effettuata un ulteriore selezione tra quelle intere pronte per il confezionamento
e quelle spezzate adatte alla molitura per la produzione della farina,
quest’ultima ingrediente principale di dolci e crema di castagne.
Ma il passaggio da “albero del pane”, come lo chiamava Giovanni
Pascoli e “semplice frutto autunnale” per castagno e
castagna non è stato cosi semplice: basti pensare che molte selve
castanili che caratterizzavano i paesaggi montani della nostra bell’Italia
hanno subito con il boom economico di meta XX secolo un progressivo abbandono.
Dunque non solo una perdita economica della produzione ma anche una perdita
non monetizzabile di selve, dai fusti secolari, e tradizioni legate alla
storia dei nostri avi.
Proprio
per non perdere questo, associazioni locali, in collaborazione con le
Comunità montane e le Regioni, hanno presentato e realizzato progetti
per la salvaguardia delle selve castanili ed il rilancio della castanicoltura
come importante forma di agricoltura marginale dedita a promuovere prodotti
autoctoni. Tutto questo è importantissimo visto le moltissime varietà
di Castagno che caratterizzano il panorama montano italiano. Se ne contano
più di 300, tra le più note ci sono: la Marrona,
la Reggiolana, la Pistoiese, ecc...
.
Prima
di concludere bisogna fare una distinzione fra due grandi gruppi: le castagne
ed i marroni; le prime provengono dalle piante selvatiche
ed i ricci ne contengono tre; le seconde vengono da piante coltivate e
migliorate con incroci, ed i ricci contengono solo una castagna molto
più grossa di quelle precedentemente descritte.
Un po’ di curiosità:
- Sagre della castagna si svolgono un po’ in tutta Italia
ma la festa più antica è quella che si tiene a Fenis. La
prima edizione risale al 1958 e porta il titolo di “Chataigne d’or” dato
dal prestigioso premio che i caldarrostai partecipanti si contendono proponendo
piatti che esaltano il gusto, la morbidezza ed il candore di questo frutto.
- Il più antico documento italiano a parlarci di castagne è
datato 828 d.C. e fu rinvenuto presso la curia di Lucca.
- Il castagno italiano più famoso era quello dei “cento cavalli”.
Si trovava in Sicilia ai piedi dell’Etna, era un esemplare di circa un
migliaio d’anni e doveva questo nome ad una leggenda che lo vedeva protagonista
con la sua chioma, come di un comodo rifugio di fortuna durante un violento
temporale, per la reggina Giovanna D’Aragona e tutto il suo seguito, composto
appunto da cento cavalieri....
- Per gli inglesi era da ricordarne uno detto “il grande albero di Tortworth”che
secondo le leggende era più vecchio del loro re Giovanni, ma quale
dei Giovanni non si sà.....
- I marrons glacé, che nel 1700 erano serviti solamente ai banchetti
dei nobili, offerti durante la notte di Capodanno sono augurio di abbondanza
fonte di felicità.....
Roma, 15 Novembre 2004
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Frutti e semi di
Castagno
Castagne

Il frutto del Castagno
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