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Che succede se, nel
Medioevo, un manipolo di scalcagnati briganti si trova per le mani una
preziosa pergamena che garantisce l’investitura a Signore del feudo
di Aurocastro in Puglia ?
Che succede se
Brancaleone da Norcia, cavaliere di umili origini, un po’ eroe e
molto straccione, si mette a capo della banda di disperati per
raggiungere l’ambito feudo e prenderne possesso ?
Succede che poi,
durante un epico viaggio, ai nostri sfortunati eroi, ne capitino di
tutti i colori; incontrano i bizantini, sfiorano la peste e Brancaleone
ha anche il tempo di salvare una fanciulla in pericolo.
Ma , come troppo spesso accade, quando le cose sembrano andare per il
meglio, la fortuna volta le spalle e, in un baleno, Brancaleone perde
l’amore e il suo regno, assediato dai feroci saraceni (“lo nero periglio”).
Per salvarsi sarà costretto a fuggire in Palestina.
Tutta ciò è
narrato, nel 1965, nel film “L’armata Brancaleone”, da Mario
Monicelli, sulla base di una sceneggiatura di Age & Scarpelli
e del regista stesso.
Monicelli sceglie,
per la parte del prode protagonista, un Vittorio Gassman
truccatissimo e dalla esilarante parlata “medioevo-maccheronica”
e, a fare da cornice alla prima parte della storia, la Tuscia coi
suoi mille tesori.
Si riconoscono
infatti la Fonte Lontano di Piansano (“Lo Fontanile di
Brancaleone”) , la cava di Terra Rossa di Valentano (dopo che la
brigata ha lasciato il borgo colpito dalla peste), il ponte
dell’Abbadia presso Vulci e la celebre Via degli Archi di
Tuscania, scelta anche da Pier Paolo Pasolini per alcune
scene di “Uccellacci e uccellini”.
Il film (a cui
seguì , cinque anni dopo, il sequel “Brancaleone alle crociate”) , è
rimasto impresso nella memoria popolare e, ancora oggi, alzi la mano chi
non fischietta, di tanto in tanto, il celebre motivetto della colonna
sonora del film o chi non associ, nel parlare comune, il termine di
“Armata Brancaleone” a qualsiasi gruppo dotato di tanta buona volontà
,ma irrimediabilmente senza speranza .
Mario Monicelli ,
che ha spesso descritto la “coralità” nelle sue opere (come ad esempio
“Speriamo che sia femmina” , “Amici miei” , “Parenti serpenti”, “I
Picari”) volle poi rendere omaggio,nel 1994,
a distanza di tanti anni, a quella scalognata squadra di
condottieri di altri tempi con un film non così fortunato, ma comunque
gradevole: “Cari fottutissimi amici” , nel quale un gruppetto di pugili
inventati vive di espedienti, girando la Toscana del 1944 .
Altrettanto
disperata la compagnia, altrettanto degno di memoria il suo condottiero:
in questo caso un Paolo Villaggio in gran forma.
Un consiglio:
rivedere, magari in buona compagnia, “L’armata Brancaleone” e “Cari
fottutissimi amici” ; tanti scorci di un’Italia spesso dimenticata , una
valanga di sorrisi e due dei migliori attori che il nostro cinema abbia
mai conosciuto.
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