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Il Freddo, Dandi e il Libanese. E poi Fierolocchio, Bufalo, Sorcio,
Secco e tanti altri.
Non sembrano nomi che possano mettere paura, ma la realtà
ha dimostrato il contrario.
Michele Placido porta sullo schermo, col film “Romanzo criminale”,
la storia di questi uomini, che, dalla fine degli anni 70 fino ai
primi anni 90, hanno tenuto Roma nelle loro mani, dando vita a quella
che è ufficialmente conosciuta come la “Banda della Magliana”
.
Il film è basato sull’omonimo romanzo di Giancarlo Di Cataldo,
che racconta, in un imponente affresco fatto di una miriade di personaggi,
più o meno importanti, i fatti che hanno portato alla nascita
della banda, alla sua ascesa a discapito di tutti i gruppi malavitosi
fino ad allora operanti nella capitale, fino alla sua inevitabile
disgregazione, sotto il peso di rivalità e interessi sempre
più insostenibili.
Se già l’opera di De Cataldo non pretendeva di raccontare
alla lettera la verità nuda e cruda, ma anzi costruiva una
“storia sulla storia”, a maggior ragione il film non può
certo trasportare sullo schermo tutti i personaggi del libro e tutte
le storie di cui sono protagonisti. Così la sceneggiatura
elimina alcuni personaggi, altri li raggruppa in singole figure,
così come le storie che li legano e che determinano la parabola
della banda.
Se qualcuno si aspetta, visto che il film è ambientato negli
anni 70-80, una specie di “revival” dei polizieschi all’italiana
che riempivano i cinema tre decenni fa, rimarrà probabilmente
deluso. “Romanzo criminale” si avvicina, a mio avviso, più
al genere “western” che a qualsiasi altro genere. Un western fatto
di banditi che non sono proprio “cattivi” e di sceriffi che hanno
più di un lato oscuro. Un western fatto di onore e di duelli
per vendicare un amico o un affronto subito.
Questo perché (e qui il film si discosta radicalmente dal
romanzo e dalla vera storia della Banda della Magliana, creatasi
dall’unione di bande della capitale) la genesi dell’organizzazione
criminale viene fatta risalire alla voglia di riscatto e di affermazione
dei loro capi storici, il Libanese (interpretato da Pierfrancesco
Favino), il Freddo (Kim Rossi Stuart) e il Dandi (Claudio Santamaria)
e alla forte amicizia che li lega fin da ragazzini.
Il che li rende un gruppo di “eroi maledetti”, segnati da un’infanzia
difficile e destinati a finire male. Come anche il Commissario Scialoja
(interpretato da Stefano Accorsi) , che cerca, anno dopo anno, il
modo di sgominare l’organizzazione, ma è contemporaneamente
protagonista di una torbida storia d’amore con Patrizia (interpretata
da Anna Mouglalis), la “donna” del Dandi.
La Banda della Magliana è stata capace di controllare interamente
il traffico di stupefacenti a Roma, le scommesse clandestine, giri
di prostitute di lusso e di reinvestire poi i proventi illeciti
in affari perfettamente legali e fonti di guadagni sempre più
cospicui. Il tutto attraverso una rete capillare di contatti in
tutto il territorio capitolino, ma anche grazie all’appoggio della
Mafia e della Camorra e del terrorismo nero. Inoltre, il nome di
alcuni degli appartenenti all’organizzazione è venuto fuori
nel corso delle indagini su alcuni dei maggiori “misteri” della
storia d’Italia più recente. Tra questi , il rapimento Moro,
la strage alla stazione di Bologna, ma anche il crac del Banco Ambrosiano
e la sparizione di Emanuela Orlandi.
Il film, ed è questo a tenere viva l’attenzione dello spettatore
per tutti e 152 i minuti della durata del film, non racconta soltanto
la storia della banda, ma mette in primo piano le vicende personali
dei suoi capi, le rivalità tra loro, i tormenti interiori,
i tentativi di crearsi un’esistenza al di fuori della malavita,
tentativi quasi sempre falliti.
Il tutto contribuisce a creare un ottimo film , che emoziona e fa
pensare, che prova a rispondere ad interrogativi insoluti e ne lascia
irrisolti molti altri. Per concludersi con un finale che, dopo tanta
violenza, non potrà far altro che commuovere.
Buona visione a tutti.
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